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EDITORIALE C’era una volta un’allegorica guerra, silenziosa e possente, che faceva molte metaforiche vittime. Una battaglia impari, tracotante e sfacciata. Da una parte della barricata c’erano sandali nella neve, mani nude e colli scoperti. Dall’altra, ineluttabile e ferrea, la crudele e immobile stagionalità. “Sai, d’inverno fa freddo. Che notizia straordinaria”. Ora che il mondo intero scopre la sottile arte della previsione del tempo, sempre più legata al minuto, al quartiere, con piglio da Formula Uno, si cede, si cambia, si fa qualcosa di veramente rivoluzionario. Ci si copre. Calze e calzettoni (Fendi, Trussardi). Scarponi (Marc by Marc Jacobs). Stivali equestri (Bottega Veneta, Salvatore Ferragamo, Givenchy). Cappelloni vittoriani (Louis Vuitton, Missoni), cloche (Christian Dior), Gatsby caps (Burberry Prorsum), fedora sudamericani (Trussardi, Hermès). Si avverte una sincronizzazione metodica con le fredde temperature. Non ci si crede quasi. Si canonizza l’accessorio invernale. Le mani si inguainano (Lanvin, Balenciaga, Nina Ricci, Chanel, Missoni, Gianfranco Ferrè) e le teste si proteggono. In una quasi avanguardista, poiché paradossale, ripresa di tutti i must. L’inverno è alle porte. E si prospetta gonfio di venti gelidi e pungenti, aspro e austero.“Radi fiocchi di neve, da poterli contare, volteggiavano a lungo ed evasivamente prima di toccare il suolo e d’annidarsi poi, polvere grigia e lanuginosa, nelle buche della strada”, dice il Dottor Zivago.Così si notano quattro grandi tendenze per sconfiggere il freddo: il militaresco (cinture maschili, cappelli uniforme), il workwear (bisacce, buste), il gotico nordico (stole di pelliccia), la morbida e sicura modernità bon-ton (tacchi bassi, borse cozy). Una bellezza reale e solida, un physique du rôle per affrontare qualsiasi cosa. E le, spesso, suggerite costrizioni appaiono lontane. E i diktat appaiono finalmente quelli di reggenti illuminati da un gelido sole d’inverno.


